ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA di:
Verderio (LC) - Merate (LC) - Concorezzo (MB)

Intervista a Riva PierGiulio

Quando hai iniziato a praticare karate e perché?

Non volevo fare karate, avendo dalla mia sempre la componente fisica “esile e gracile”. In un primo tempo pensavo di fare judo, correva l’anno 1981. Ma frequentavo per altri motivi la sportiva di Paderno, e qui c'era il corso di karate del M° Colombo, così nel 1982 ho iniziato…poi il resto è storia…


Come erano gli allenamenti quando hai iniziato?

In quegli anni la didattica non era proprio portata all’eccesso. C’era un buono studio della tecnica, molto lavoro sulla precisione della tecnica, sulla qualità della tecnica, molto combattimento libero che era una parte integrante e formativa. Molti iniziavano, tantissimi smettevano, quelli rimasti  hanno mantenuto nel tempo più fedeltà alla loro motivazione iniziale. Era normale che si facesse una lezione di un’ora di combattimento libero dall’inizio alla fine, NORMALE!

Nel tempo il karate si è evoluto. C’è stato il momento in cui si dava più importanza allo studio della tecnica, in seguito c’è stato un momento di predominanza della componente sportiva. I cambiamenti nel tempo riflettono le evoluzioni nella guida della federazione, e per noi il riferimento è sempre stato il M°Shirai.

Rispetto agli inizi c’è più didattica e la lezione è rivolta a tutti, è importante aiutare chi incontra più difficoltà, mentre prima chi non ce la faceva rimaneva indietro, non c’era alternativa. La Piera è una delle poche donne che ha saputo resistere. 

Io non so se sia più giusto quello di adesso o di allora. Di sicuro adesso è alla portata di tutti, è sbagliato chiamarlo di massa però è un karate meno elitario, almeno l'introduzione. Poi come tutte le strutture piramidali devi salire. Ognuno di noi potrà arrivare ad un livello. Pochi tendono all'infinito. 


Il karate viene trasmesso allo stesso modo?

Ogni Maestro ha il suo modo insegnare il karate e te lo trasmette, te lo rende secondo la sua visione.

Il M°Colombo ci raccomanda sempre di partecipare agli stage nazionali della federazione. Questo perché ci da modo di vedere altre realtà, aumentare il bagaglio culturale anche nella metodica di insegnamento.

Mi viene in mente il M°Kase a uno stage a Treviglio, dove ha fatto fare il kata Sochin. L’abbiamo fatto un’ora intera, lui era contento e rideva, io credevo che fosse andata bene. Invece il M°Puricelli ci guarda e dice: “Il maestro ha detto che il vostro kata fa schifo”. E' una modalità formativa. 

Il M°Nishyama, la prima volta che è venuto in Italia, a Lucca, ha fatto due giorni di stage su oizuki e gyakuzuki. Molta gente rimase perplessa: “ma come: arriva dall’America e ci fa fare solo oizuki e gyakuzuki!”. Forse perché nessuno aveva capito come farlo e lui doveva trasmettere questo. Non posso spiegarti come si fa una torta se non sai cosa sono le uova. Per fortuna il M°Shirai continua a studiare. Sembra una banalità ma non è proprio così scontato: molti si fermano perché pensano di sapere. 


Hai mai fatto agonismo?

Poco, ma l’ho fatto: il massimo risultato ottenuto è stata la finale di coppa shotokan…non sono mai stato agonista. 

Fare l’agonista è una vita di sacrificio che può essere fatta solo in una certa fascia di età.


Il corpo e la mente: sono due cose importanti nel karate, cosa ne pensi?

Quando si inizia a praticare karate, prima si fa un grande lavoro fisico, poi si associa un lavoro mentale o comunque razionale per poi infine unificare il tutto. Addestrare lo spirito non è una cosa scontata e non è per tutti, ma risulta evidente in chi pratica karate da molti anni. 

Quando ero cintura blu feci uno stage a Cassano con il M°Shirai, lo vidi per la prima volta che aveva già 65 anni, ma aveva una grinta! “Da dove prende tutta questa energia?” pensavo. Questi maestri trasmettono qualcosa di diverso. Guardate il combattimento del M°Colombo che ha 70 anni, vuol dire che c’è qualcosa che va oltre la componente fisica! Ecco dove è la parte mentale: è quel qualcos’altro che chi non ha raggiunto quel livello ancora non conosce.

Mi ricordo l’esame di quinto dan: mi era venuto un mal di testa tremendo e un mal di schiena bestiale, non riuscivo a stare in piedi, però dovevo fare il kata “sochin”. In qualche modo sono riuscito a farlo. Ho trovato l’energia da altre parti. Se non arrivi al tuo limite non puoi sapere se qualcosa oltre. Ma è una cosa personale, si può cercare di comunicarla a parole, ma per essere compresa va sperimentata.


Che cosa è il 6 dan?

Per il 5° dan c’è l’esame che si avvicina, è una scadenza, è un traguardo, è un obiettivo che tu ti puoi porre e metterti in gioco. 

Il 6 dan invece è un riconoscimento, è un grande motivo di soddisfazione perchè vuol dire che qualcosa hai dimostrato e trasmesso, è qualcuno che ti riconosce indipendentemente da una sequenza di studio codificata.

Viene riconosciuta la continuità a mettersi in gioco, la determinazione nel tuo ostinarti a cercare.


Cosa vuol dire per te insegnare?

L’insegnamento è una cosa molto importante per la crescita personale perché chi hai di fronte normalmente è un emulatore, che copia quello che fai tu, più che ascoltare le spiegazioni. Vedi in chi hai di fronte le tue lacune ed è un motivo di crescita importantissimo. 

L’unica cosa che devi fare con l’allievo che hai di fronte è cercare di interessarlo, scoprire la motivazione perché fa ciò che sta facendo, e di conseguenza lavorare su quello. Sta alla capacità dell’insegnante saper dare ad ognuno ciò che gli serve, che non è dare a tutti la stessa cosa.

Una cosa che faccio sempre sono i saltelli per chi sgarra. Quando dico: “hai fatto l’errore, fai 10 saltelli”, li faccio anche io insieme, perchè siamo in due a sbagliare: loro che non ascoltano e io che non sono stato capace di coinvolgerli. Inoltre in questo modo si trasmette che non c’è un intento punitivo. Cerco di usare molto spesso la psicologia e non ingannare gli altri.

Tenere un corso completo (portare l’allievo dalla cintura bianca alla cintura nera) è una sfida che ti impegna quasi 4 anni, e ogni lezione devi dare un motivo nuovo per continuare. Ricordo il mio primo allievo a divenire cintura nera,Valeria, una grande soddisfazione. Ho cercato ogni volta di rigenerare la lezione: l’obiettivo era preparare gli atleti all’esame e così avevo preparato un programma per ogni lezione.


Cos’è la scuola Shotokan Ryu?

Negli stage ti accorgi subito del livello delle varie scuole. Non ci rendiamo conto del valore che ha l’insegnamento del M°Colombo e dei nostri Maestri, ma quando c'è un Maestro che ha portato avanti un discorso per molti anni con coerenza vedi anche il risultato. 

Quando entri in contatto con la Shotokan Ryu, per i primi tempi può sembrare un mondo un po’ ovattato, ma continuando percepisci qualcosa di magnetico che ti attrae. Agli allenamenti trovi praticanti che hanno passato i 55-60 anni e si allenano con entusiasmo divertendosi come bambini. Vuol dire che trovano giovamento in questo, al di là degli acciacchi, dei problemi, un giovamento sia intellettuale che fisico.

Ad esempio ieri sera ho rivisto Massimo che ha tenuto una lezione bellissima su “zanshi”. Apparentemente è stata una lezione tranquilla, invece trasmetteva una radice importante.


Cosa ti ha dato il karate fuori dalla palestra?

Una maggiore sensibilità alle situazioni critiche. Non so come spiegare. Avete mai provato la paura? Quella paura che vi prende dentro, che non sai più cosa fare, cosa dire. Ci sono state situazioni del genere, una volta uno mi ha minacciato di morte. Lui era a distanza ravvicinata e io in quel momento non ho fatto niente, ma ho tirato un yokoempi mentalmente. Ho il dubbio che lui abbia capito perché se ne è andato.

Bisogna essere come il kata sochin, avere tranquillità esteriore ed il mare mosso all'interno: fuori sei lento ma dentro è un mare che ribolle. Bisogna avere sempre questa energia interiore nelle situazioni critiche: prima ancora che con gli occhi bisogna percepire dal punto di vista dell’ambiente le vibrazioni che ci sono. 

Una volta eravamo io e mia moglie in una kasba, c’era qualcosa che non andava e le ho detto: “devo avere le mani libere”. Poi siamo usciti e non è successo niente, però io dovevo avere le mani libere in quel momento. Questo lo percepisci molto nel combattimento. Questa sensibilità bisogna imparare ad apprezzarla, sono percezioni di pericolo in situazioni di disagio. Capita, l’importante è uscirne sorridendo.



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